L’Amuleto

Se il clamoroso successo della saga di Blackwater ci ha insegnato qualcosa, è che nessuno sa raccontare le torbide e feroci dinamiche della provincia americana profonda come Michael McDowell. Ma prima delle atmosfere fluviali dei Caskey, nel 1979 lo scrittore esordiva nel romanzo horror con un’opera folle, spietata e intrisa di un macabro umorismo: L’amuleto (The Amulet).

Se in Italia McDowell è stato riscoperto di recente, questo suo primo gioiello d’esordio rappresenta le fondamenta del cosiddetto Southern Gothic moderno… e non vediamo l’ora di raccontarvelo!

La Trama: Una catena di sangue a Pine Cone, Alabama

Siamo nel 1965 a Pine Cone, una soffocante e sonnolenta cittadina dell’Alabama. La vita della giovane Sarah Howell viene sconvolta quando il marito Dean rimane sfigurato e ridotto in stato vegetativo da un terribile incidente nella fabbrica locale di fucili. Ma la vera tragedia non è l’incidente: è Jo, la madre di Dean.

Jo è una donna spietata, consumata dall’odio e dal risentimento verso l’intera comunità. Per vendicarsi dei torti subiti, reali o presunti, decide di mettere in circolazione un oggetto misterioso: un ciondolo apparentemente innocuo, ma animato da una malevolenza senziente. Chiunque entri in possesso dell’amuleto viene colto da un’improvvisa, incontrollabile e violentissima follia omicida e suicida. L’oggetto comincia così a passare di mano in mano, lasciandosi dietro una scia di morti grottesche, atroci e spettacolari che rischiano di decimare e distruggere la città.

Il Male come contagio e catalizzatore

In molte storie horror l’oggetto maledetto possiede la vittima, trasformandola in un burattino. Nell’opera di McDowell il meccanismo è più sottile e psicologico: l’amuleto non fa altro che esasperare e amplificare la rabbia repressa, le frustrazioni, i rancori e i piccoli odi quotidiani che le persone covano sotto la superficie della rispettabilità. Il medaglione agisce come un catalizzatore che toglie i freni inibitori, dimostrando che il potenziale distruttivo era già dentro gli abitanti di Pine Cone e, in questo, ci ricorda tanto il Cose Preziose di Stephen King.

Una satira spietata della provincia americana

Sotto la veste del romanzo dell’orrore, L’amuleto è una formidabile commedia nera e una satira sociale graffiante. McDowell mette a nudo l’ipocrisia della vita di provincia: il bigottismo religioso, i pettegolezzi distruttivi, la povertà culturale, l’avidità e il razzismo strisciante dell’America degli anni Sessanta. Le scene delle morti, pur essendo grafiche ed esplicite (McDowell non risparmia dettagli gore), sono spesso venate di un umorismo grottesco che fa sorridere e inorridire allo stesso tempo.

La galleria dei personaggi e la scrittura visiva

Si vede chiaramente che McDowell era anche uno sceneggiatore (ha firmato, tra le altre cose, i soggetti di Beetlejuice e Nightmare Before Christmas per Tim Burton). La scrittura è incredibilmente visiva, geometrica, quasi cinematografica. Inoltre, la vera forza del libro risiede nei personaggi femminili, in particolare nello scontro psicologico e morale tra la purezza d’animo di Sarah (l’unica a intuire il legame tra i delitti e il medaglione) e la mostruosa, calcolatrice cattiveria di Jo Howell, uno dei “villain” più memorabili della letteratura horror.

Perché leggerlo oggi?

L’amuleto è un giro di giostra frenetico e spietato pubblicato nel 1979 e oggi riproposto da Neri Pozza. A differenza della narrazione lenta e fluviale di Blackwater, qui il ritmo è serratissimo: capitolo dopo capitolo, assistiamo alla costruzione e alla consumazione di un delitto efferato sempre diverso, in un crescendo che porta a un climax finale apocalittico.

È un horror d’altri tempi che non si perde in spiegazioni metafisiche sull’origine del male, ma si concentra sui suoi effetti devastanti. Se avete amato Stephen King (che definì McDowell “il mio maestro”) e cercate una storia dove l’orrore va a braccetto con il dramma familiare e la satira sociale, L’amuleto è un tassello fondamentale che non può mancare nella vostra libreria.


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