Prosegue il nostro viaggio nelle figure retoriche, questa volta alla scoperta di una struttura usatissima in tutta la letteratura.
Anafora
Eccoci giunti a una delle figure retoriche più note, più semplici e più utilizzate: l’anafora. Letteralmente significa “portare indietro” e consiste nella ripetizione di un concetto all’inizio di più frasi.
È tipica della poesie e delle filastrocche, ma è molto usata anche in narrativa, vediamo subito qualche famosissimo esempio.
Nel terzo canto dell’Inferno Dante si trova davanti alla Porta Infernale sulla quale capeggiano le seguenti parole:
Per me si va nella città dolente,
per me si va nell’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
Sempre dalla Divina Commedia arriva quello che è considerato uno degli esempi di anafora più noti (e belli) della letteratura:
Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi vita ci spense.

L’anafora è amatissima in poesia e la ritroviamo nella Pioggia nel pineto di D’Annunzio o nel famoso Sonetto di Angiolieri:
S’i fosse foco, ardere’ il mondo;
s’i fosse foco vento, lo tempesterei;
s’i fosse acqua, i’ l’annegherei;
s’i fosse Dio…
In narrativa un bell’esempio viene dai Promessi Sposi:
Don Abbondio stava su una vecchia seggiola, ravvolto in una vecchia zimarra, con in capo una vecchia papalina.
Infine l’anafora è molto amata nelle filastrocche perché aiuta a ribadire un concetto e a renderne facile la memorizzazione:
Filastrocca impertinente,
chi sta zitto non dice niente;
chi sta fermo non cammina;
chi va lontano non s’avvicina;
chi si siede non sta ritto;
chi va storto non va dritto;
e chi non parte, in verità,
in nessun posto arriverà.
Filastrocca impertinente, Gianni Rodari.
Ti vengono in mente altri esempi di questa affascinante figura retorica?

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