Silvia Sichel: La Voce del Traduttore nella Pubblicazione

Torniamo a occuparci delle figure professionali che orbitano attorno al mondo dell’editoria; questa volta ne approfondiamo una che lavora dietro le quinte, a volte dimenticata dal lettore, eppure fondamentale: il traduttore… anzi, la traduttrice. Sì, perché oggi abbiamo il piacere di fare due chiacchiere con Silvia Sichel, traduttrice letteraria, redattrice editoriale, docente di traduzione…
Tra gli autori che ha tradotto troviamo Andrés Neuman, Domingo Villar, Clara Usón e Ildefonso Falcones.

Dicevamo che il traduttore è spesso una figura trasparente all’interno di un testo ma ha, invece, una grande responsabilità perché è suo il compito di interpretare le parole dell’autore per poterle poi restituire a nuovi lettori mantenendo intatto non solo il loro significato letterale, ma anche tutti quegli aspetti sottili che un testo porta con sé. Il traduttore, in questo senso, è uno scrittore 2.0.

1. Veniamo a noi e cominciamo dal principio: com’è nata la tua passione per le lingue? E qual è il percorso che ti ha portata a diventare una traduttrice?

Niente di originale. Dopo il liceo, all’università mi sono iscritta a Lingue. Erano gli anni Ottanta. La scintilla è scattata quando il professore di letteratura russa ci ha proposto un breve corso di traduzione di poesia. Si analizzava L’infinito di Leopardi tradotto da Anna Achmatova e mi si è spalancato un mondo. Il professore ci insegnava che la traduzione è anche resa del suono, che bisogna fare attenzione alle vocali scure o chiare, tra l’altro. Lì si è acceso il desiderio. Appena è capitata l’occasione di un contatto editoriale l’ho presa al volo.

2. Il traduttore lavora da solo, ma anche a strettissimo contatto con l’autore: com’è questo tipo di rapporto? Gli autori sono bendisposti verso il traduttore?

Per la mia esperienza, sì, sono bendisposti e si affidano. Con alcuni si diventa amici. Ci tengo molto, però, che le scelte traduttive definitive rimangano le mie. Cioè, sono io l’autrice della traduzione.

L'assassino timido

3. Entriamo adesso un po’ più nello specifico: dal punto di vista pratico, come funziona la collaborazione con una Casa Editrice? Come ti vengono assegnati i testi?

In genere, mi viene proposto un testo e se ci sono le condizioni stabilisco con la casa editrice una data di consegna. Talvolta la traduzione è legata a un progetto nato da una mia proposta all’editore, ma, nel mio caso, è una circostanza rara.

4. Immagina di aver appena ricevuto un testo da tradurre, qual è la prima cosa che fai? Esiste un modo di lavorare il testo adatto per tutti i libri oppure hai necessità di approcciare la traduzione in maniera più personale ogni volta?

A grandi linee e un tantino alla rinfusa: del libro si legge tutto, compresi indice, ringraziamenti, dediche. Della traduzione faccio diverse stesure, con e senza il testo a fronte, l’ultima su carta, lì leggo meglio. Quindi consulto l’autore, se mi sono rimasti dubbi. Può servire un’ulteriore rilettura per “sentire” se la sua voce non si è perduta, se la mia resa tiene. Restano ancora le bozze (cioè la possibilità di rileggere con un intervallo di tempo e quindi maggior distacco) e il confronto con il revisore. Voglio citare anche la squadra degli amici esperti a cui chiedere una breve consulenza (la nipote avvocata, il musicologo, la medica, la cacciatrice di refusi, l’informatico, i tanti pazienti amici di lingua spagnola sparsi per il mondo…) Certi testi particolarmente complessi li ho ascoltati, se esisteva una versione registrata. Eccetera.
Arriva il momento di consegnare, di strapparsi il libro dalle mani. Parlando della scrittura, Andrés Neuman, che rielabora spesso i suoi testi, dice: «In termini creativi, la pubblicazione non fissa una fine che non possa essere messa in discussione: è una convenzione più sociale che testuale. È anche, naturalmente, l’unico modo per andare avanti». Poi, sì, come dici tu, dipende dal testo. Con alcune colleghe abbiamo tradotto testi a più mani, per esempio.

5. Il mondo editoriale ha subito una grande rivoluzione con Gutenberg e la stampa a caratteri mobili; oggi si trova in linea di tiro con le nuove tecnologie e, in particolare, con l’IA. Come vedi l’utilizzo di questo strumento nel tuo settore, e pensi che porterà a una rivoluzione come quella di Gutenberg trasformando per sempre il mondo dei libri?

IA e libri

L’Intelligenza artificiale è una rivoluzione, certo. È uno strumento incredibile che guardo con preoccupazione, perché stravolge il mondo della creatività senza essere creativa e sfrutta il lavoro altrui. Va maneggiata con consapevolezza. Per curiosità, ho fatto qualche prova con alcune frasi di un testo ermetico e ostico, e il risultato è stato molto deludente. Sento dire: per ora. Non lo so. Mi aggrappo a José Lezama Lima che scriveva: «Se non è difficile, non è stimolante». Ho come la sensazione che avesse già capito tutto.
Però, pensa: in questo momento sto traducendo un romanzo che parla di una donna fuori dal comune che ha creato un grande dizionario, il Moliner. A mano, senza computer, senza internet, senza intelligenza artificiale. Quanta passione, che impegno enorme, durato decenni. Aveva riempito tutta la casa di schede. Ogni armadietto, ogni stipo. Un lavoro da artigiana della parola. È questo che è commovente e la rende straordinaria.
Insomma, attraverso un momento di grande perplessità: sono passata con sollievo dalla macchina da scrivere al computer. La rete mi permette di verificare informazioni e attingere a documenti che i traduttori di un tempo si sognavano. Ma l’IA coinvolge molti più aspetti.
E poi, io posso dirti con sicurezza quando l’IA prende un abbaglio in una traduzione letteraria perché ho imparato a tradurre senza. Sarebbe terribile se si perdesse il senso del mio lavoro, che richiede preparazione, grande attenzione, consapevolezza e comporta un forte coinvolgimento, e non sto parlando solo del contenuto di un testo, ma del modo in cui questo contenuto viene espresso. Antonietta Pastore, la traduttrice di Murakami e di Natsume Sōseki (Io sono un gatto, che capolavoro!), nella lectio magistralis tenuta al Salone di Torino del 2025 (la si può leggere su Doppiozero) fa una osservazione bellissima: «Ciò che l’intelligenza artificiale non può assolutamente intuire – e non ho bisogno di chiederglielo per saperlo – sono i sentimenti della persona che traduce. I sentimenti che prova nell’atto stesso di trasportare il testo dalla lingua originale nella propria, non quelli che l’autore ha voluto esprimere nella sua opera. A volte c’è insoddisfazione, anche ansia, non lo nego. Ma soprattutto c’è il piacere di tradurre, incluso quello di affrontare sfide e superarle. C’è l’appagamento che procura il fatto di trovare la parola o l’espressione giusta, magari dopo averla cercata a lungo, anche dopo aver chiuso il computer».

6. C’è un testo la cui traduzione ti ha resa particolarmente soddisfatta?

Il viaggiatore del secolo

Soddisfatta delle mie traduzioni, chissà. Vale anche qui l’osservazione precedente di Neuman. Felice di averle fatte, sì. Cito disordinatamente alcuni titoli, scivolando un po’ indietro nel tempo: La figlia e L’assassino timido, di Clara Usón, Anatomia sensibile e Il viaggiatore del secolo di Andrés Neuman, e tutti i libri di questi due scrittori, Il rumore delle cose che cadono di Juan Gabriel Vásquez, i gialli di Domingo Villar…. Mi era piaciuto molto anche Le meraviglie di Elena Medel, un testo fresco, originale. La notte di Francisco Tario mi ha accompagnato durante la pandemia, in intimità. Mi sono divertita a tradurre I giganti di Jaime Bayly. Mi fermo qui, ma vorrei nominarne tanti altri, perché dietro ogni libro e ogni traduzione ci sono ore e ore di lavoro.

Grazie a Silvia Sichel per essersi prestata a questa piccola intervista e per averci permesso di entrare in punta di piedi nella vita di una traduttrice per renderci conto, una volta ancora, dello sconfinato universo che ruota attorno alle parole.


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